lunedì 19 dicembre 2011

Quelqu'un m'a dit che bisogna stare all'occhio

Ovvero: riflessioni di una gita fuori porta.

Il fidanzato mi dice mettere un po' di musica - mi chiedo come si faceva a restare in auto più di 7 minuti prima di avere una colonna sonora - e io vedo un cd di Carla Bruni che risale al tempo in cui non avevo fili d'argento tra i capelli. E via, che chanteuse sia.
Alla seconda canzone l'ipercritico conducente inizia a sbuffare, si volta e mi chiede pensieroso se mi piace davvero questo album. Devo ammettere che è la prima volta che lo ascolto capendo quello che la vocina da sigaretta e collegi svizzeri sussurra. E, mea culpa, mi piace. Le mie preferite? Le toi du Moi, e J'en connais:


J'en connais des superbes,
Des bien-mûrs, des acerbes,
Des velus, des imberbes,
J'en connais des sublimes,
Des mendiants, des richissimes,
Des que la vie abîme...



Io le perdono molte cose, a Carlà. Insomma, è stata motivo di orgoglio e anoressie per noi tante, negli anni Novanta, non sono cose che si scordano in un attimo solo perché ha scelto un improbabile marito. Lo facciamo in molti. E' il motivo che, as usual, ci sfugge.
Alcuni optano per la sicurezza di un bauletto con l'intramontabile logo monogram o delle belle vacanze a Cortina. Altri decidono di essere le muse di so called artisti, con tutta la sregolatezza dei più o meno geni che in genere li accompagna.
Ci sono quelli che accettano solo chi si chiama Ernesto, e quelli che per stare dalla parte del sicuro scelgono gli sbagliati a priori, perché essere nel dubbio non piace a nessuno.
Io ho camminato scalza coi lebbrosi in un angolo di paradiso e biryani in India, ma vabbè, il pericolo è il mio mestiere.
Solo che poi i manici del bauletto monogram invecchiano male, e ho sentito dire a un dottorino fuori dalla villa comprata per l'amante che quest'anno a Cortina non c'è neve; gli artisti vedono muse dappertutto e gli Ernesti sono spesso acque chete.
Il sufidanzato opta per il colpo di stato quando sente Carlà che intona La noyéè.  Digrigna un C'est épouvantable!, e lascia il volante per spegnere l'autoradio. Gainsburg è intoccabile, mai dimenticarlo. Di mio non faccio una piega quando sento la versione aristocraticamente sussurrata de Il Cielo in Una Stanza, ma io alla Première dame de France le voglio bene. Anche lei si è innamorata di un filosofo, tempo fa.
E con addosso solo una camicia di jeans e una chitarra la trovo incantevole.
Non mi convinci con tubini castigati, chignon rigidi e décolleté timide, che se hai ai piedi un paio di Louboutin puoi osare, Carlà.
Qua, se si abbassa la guardia, ci si ritrova come quelli che si prendevano in giro quando si era bobo e di sinistra. Mmmmmmmmmmmmouai.

p.s. una canzone che ho scoperto 3 minuti fa e mi pare faccia al caso nostro! http://www.youtube.com/watch?v=8UVNT4wvIGY&feature=youtu.be

venerdì 2 dicembre 2011

Non tutti i bombi vengon per pungere

Certe giornate sono più speciali delle altre, e per fartelo notare si mettono un bel fiocco tra i capelli.
Avere un cielo più blu del blu e un sole molto poco nordico è già assez spécial in Belgio, soprattutto se aspetti un bus che non arriva.
Il mio spirito caritatevole, eredità di un passato da scout e di una infanzia plagiata da suore non troppo pie, nota una bisognosa vecchietta con palesi problemi di deambulazione. Scatto in piedi e chiedo con tono premuroso se posso portarle la borsa, che poi ho scoperto essere la più pesante del pianeta. Lei incredula accetta, si accomoda sulla panchina e inizia a dondolare i piedi in quel modo tipico di chi è abituato a sentirsi sempre sull'altalena, e che io invidio da quando ho superato il metro e quaranta.
"Colombiana", mi dice. Benissimo, adoro la letteratura sudamericana. Iniziamo dunque. L'epopea familiare ha tutti i crismi, dal marito assassinato da crudeli banditi all'abbandono dei figli, da gravi malattie misteriosamente in stand by al lavoro di nero vestito che la obbliga a faticare più di quanto avrebbe bisogno.
Mi sta spiegando come preparare una qualche piatto tradizionale che apparentemente in Colombia mangiano con tutto, quando arriva un bombo.
Il sufi fidanzato mi dice sempre che io sono molto più grande degli insetti, e che questo è motivo sufficiente  per mantenere saldi i nervi, ma la sua teoria non mi ha mai convinto, e mi scateno in scoordinati movimenti da tarantolata. Lei mi guarda, e mi chiede cosa stia facendo.
"Ho paura che mi pizzichi", le dico.
"No, non è qui per pizzicare, vedi? E' venuto a portare un messaggio".
Mi riaccomodo ed evito di incrociare gli sguardi perplessi dei nordici che non si scompongono MAI, nemmeno a rischio della vita, e ascolto la parte più interessante della storia.
Pare che in Colombia ci si ecciti parecchio quando un bombo ti svolazza intorno per un po', perchè sono portatori di novità. E lei ovviamente ha un aneddoto che fa proprio al caso nostro.
Era piccola, e dopo un incontro ravvicinato con il suddetto insetto la madre la fa correre a casa in preda al panico. Si cambiano i lenzuoli, si strofina per terra, si preparano i piatti più prelibati, si mettono fiori nei vasi e ci si da una bella lavata. Tipo una festa a sorpresa in cui non si sa chi è l'ospite d'onore.
Morta di fatica, la nostra protagonista si accascia sulla sedia e aspetta, impaziente. Tempo due minuti e Tadaaaaaaaaa! Lo zio scomparso apre la porta, mentre le lacrime di gioia si sprecano.
(Cara Raffa, le Carrambate sono più vecchie di te, apparentemente).
"Era questo il messaggio del bombo per te", conclude. "Avrai una bella sorpresa, ne sono sicura".
Poi arriva il bus, io le passo la pesantissima borsa e lei mi augura una vita felice.
Devo dire che può essere che io abbia modificato alcuni particolari perchè, con 3 denti operativi, Marta Lucìa del Carmen fa come può.
Quando nel pomeriggio sono andata a firmare il contratto del nuovo lavoro ho mandato un bombo virtuale al fiocco sui capelli della mia giornata.
Il sufi fidanzato dice che poteva essere un santo. Io non ne ho idea, ma ogni volta che aspetterò il bus 80 cercherò due piedi che dondolano dalla panchina.

giovedì 24 novembre 2011

Ma i cervelli in fuga, quando nessuno li vede, cosa fanno?



Tänzerin Strasse, Berlin: si balla, ovviamente. Col corpo e con la testa, e non necessariamente in quest'ordine. Si scrivono cose che tutto il mondo vorrebbe pubblicare, se mai ne fosse a conoscenza, si leggono libri non ancora scritti, si ascoltano musiche non ancora suonate, si scava fino a tornare al punto di partenza, si fa un salto mortale con perfetto atterraggio, e si brinda ai 35 con un enigmatico sorriso.

Rue de la Fondue, Paris: si fa finta di non ricordare di aver pensato a qualcosa che si dava per dimenticato, e si finisce come dopo un girotondo troppo veloce. Si lavora molto, si mangia poco, ci si vuole un po' meno bene di quanto si dovrebbe e non si ascoltano i buoni consigli. Si vive con la speranza che le cattive ragazze vadano davvero dappertutto, o almeno così si racconta. A Babbo Natale si chiede una calza piena di coccole senza scadenza, una nuova serie di cui essere la protagonista e più tempo per essere felice.

MisterChef Street, London: si fanno ricerche. Moltissime ricerche. Interessanti, importanti, innovative, sconvolgenti. Si è amati, benvoluti, compiaciuti ma, come accade alla bella Cecilia, nessuno ci si piglia.
Si russa molto, ma si sogna di più, si studia il francese e si comprano fiori, aspettando che qualcuno lo faccia per noi.

Avenue du Goffre, Bruxelles: uh no, non assumiamo madri. Noi non accettiamo laureati. Desolée, vogliamo solo francofoni. Ma nella vita, davvero, cosa vuoi fare? Le sai piegare, le maglie? Descriviti in 3 aggettivi. Mi dispiace, non ti abbiamo scelto, buona fortuna. Ritenta, sarai più fortunata. Se ti dico Long Island, a cosa pensi? Mi dispiace, la tua carta di credito è stata respinta. Lo sai che ti amo, vero?

E tutti, a volte, si sogna di essere a casa, a rovinarsi i piedi in folli acrobazie, a mangiare pesce fresco con vista mare, con Rawhide come colonna sonora e una famiglia fatta di sole donne troppo opposte per non attrarsi. 

venerdì 18 novembre 2011

Sinonimi e contrari

famosi esponenti delle coppie di contrari
Ieri, col corpo nella posizione della montagna, pensavo alla coppia che avevo visto qualche ora prima. Lei: frangia perfetta, jeans perfetto, Converse perfette. Lui: basetta perfetta, banana perfetta, tatoo perfetto. Nel paradiso dei rockabilly Elvis applaudiva estasiato. Ci sono coppie che ti schiaffeggiano virtualmente da quanto sono ben assortite. Passeggiano mano nella mano, non curanti di ciò che è all'infuori di loro, godendo della propria reciprocità. La mia amica Issima è una felice appartenente a questo gruppo di fortunati, è una di quelli che parla sempre al plurale, e che vivrà una vita fatta di felicità al sapore di frico e dischi vintage. Ovazione. Sipario.
Poi ci sono tutti gli altri, che si dimenano tra una camicia troppo grande, una radio con un gitano che si dispera, una battuta che non fa ridere e uno smalto incomprensibile.
E, quando passeggiano mano nella mano, ciò che è all'infuori di loro li osserva talmente stranito che questi finiscono per curarsene, forse troppo.
La vita, surprise surprise, è un po' meno liscia per le coppie di contrari. Nella mia collezione ho delle perle non da ridere, tanto che mia zia quando mi vede mi sussurra "Ancora non abbiamo capito come sei riuscita a tenertelo, questo". Don't ask, zia.
Cosa succede, però, quando ci si spinge troppo in là? Che all'inizio son capaci tutti a fingere interessamento  verso il nuovo e lo sconosciuto, ti prego spiega le mie vele, ti seguirò ovunque, questa è una realtà che trovo oltremodo affascinante, roba così. E poi, ad un certo punto, devi sporcarti le mani. Il fascino fa un inchino e ti saluta, mentre la paura cerca un posticino comodo, che vuol fare la Madama.
Vivere con il diverso vuol dire partecipare al diverso? Temo di si. Ma può essere che nel farlo ci si allontani  da dove si era partiti. Non che questo sia necessariamente un male, però è quasi sicuramente una forzatura. E a me piace forzarmi solo dentro un corpetto.
Ora, non ho idea di quale sia la soluzione alla difficile situazione, ma so che concentrarmi sulle dita dei piedi a yoga non mi riesce granché bene.

p.s. Ci sono anche le coppie da scoppiare, ovviamente: questa mattina ho visto un chiwawa dentro una Hermès Birkin, e ho dovuto fare appiglio a tutto il mio amore per le borse per non scaraventare quel batuffolo lontano lontano. Avrebbe sicuramente tirato fuori le unghie.

domenica 13 novembre 2011

Novembre tira fuori il malinconico in te

E poi, una persona che era non è più.
E non cambia nulla, tutto rimane come prima. Al bar dell'ospedale i dottori chiacchierano, i pazienti in pigiama vanno fuori a fumare, e i posteggiatori abusivi assicurano i posteggianti che avranno un occhio di riguardo per la posteggiata. Che l'ho anche appena lavata, mi raccomando.
Solo i tuoi vicini di limbo se ne accorgono. Si respira quell'aria da non ti guardo perché mi dispiace, ma non so come fare a nascondere il sorriso, che il nostro è ancora vivo grazie a Dio. Che poi il loro sorriso non ti farebbe arrabbiare, perché lo hai avuto tu prima di loro, ma non hai voglia di farglielo sapere. Li lasci stare coi loro sensi di colpa, che ne hai già abbastanza dei tuoi.
Io quella sera ero rimasta in piazza a fare da musa ad un pittore argentino, che giurava che i miei ricci fossero difficilissimi da rendere su carta, e quindi avevo fatto tardi.
Ci eravamo dati appuntamento per il giorno dopo, perché non poteva partire senza finire almeno lo schizzo, ma dubito che fosse l'unica ragione.
Ero tornata a casa in bici veloce veloce, perché c'era il solito matto che urlava fuori da casa sua, e mi terrorizzava. Che poi adesso è morto pure lui, pover'anima, ma io la sera quella strada in bici non la faccio più.
Il giorno dopo non ci sono andata all'appuntamento, e mi è anche dispiaciuto. Perché anche tu ci credi, che non è cambiato niente, e allora i pittori hanno il diritto di essere importanti.
Non c'è un universale modo di reagire al dolore, ancora non lo vendono. Abbiamo tutte gli stessi ombretti e lo stesso punto di rosso mattone addosso, ma il mio modo di nasconderci dentro le lacrime è diverso dal tuo.
Per esempio io adesso guardo i film western, e so che farò finta di star male per non andare al lavoro quando l'offspring me lo chiederà. Se mai ne avrò uno, chiaro.

mercoledì 2 novembre 2011

Oggi, verifica sul programma della settimana. Si accettano volontari.

Cosa abbiamo imparato questa settimana:
il sufi fidanzato ha scoperto che mettersi sulle labbra qualcosa di emolliente per evitare che si squamino come le mie ballerine di serpente (e questo è il momento in cui maledico l'umidità belga) non è una tortura. Anzi, per usare le sue parole, è la prova di come la donna nel corso della storia si sia fatta infinocchiare da geni (questo l'ho aggiunto io) del marketing che hanno stabilito che una serie infinita di piaceri dovessero diventare necessità. E in nome della libertà di opinione io lo lascio dire, mentre gli spalmo un abbondante strato di prodigioso balsamo Eight Hour Cream di Elizabeth Arden.
L'offspring ha scoperto cosa è l'asilo, e se i primi giorni le sembrava un modo simpatico di rompere la routine, adesso sarebbe pronta per la pensione anticipata, che lei la sua parte ormai l'ha fatta.
Perché i cambiamenti sono difficili sempre, anche quando non sai cosa vuole dire.
Io le spiego che crescere è meraviglioso, e che adesso sa saltare e può mangiare la cioccolata con la mamma; ma credo che il fatto che la mamma in questione non abbia mai imparato a correre e abbia chiare difficoltà a diventare grande la lasci un po' perplessa su tutta la faccenda.
E io ho imparato che ho bisogno di un momento. Un momento per essere triste. Per stare ferma, non parlare e soprattutto non ascoltare, per essere sola perché lo voglio io. E non lo sapevo mica prima, allora non facevo le cose fatte bene, come quando ti vesti in fretta e ti rendi conto quando sei già fuori che i collant sono rotti, la maglia ha una macchia o non hai messo il portafoglio nella borsa.
Bisogna fare le cose in ordine. Adesso l'ho capito. E quando sei triste, sei triste e basta. O meglio, sei triste e basta con una confezione di Loops al miele e il latte di riso. No no, così: sei triste e basta con una confezione di Loops al miele e il latte di riso e il tuo nuovo profumo Body di Burberry.
E se ti dai quel momento, poi passa. E puoi tornare a non essere più sola, perché lo vuoi tu.

p.s. per chi avesse bisogno del momento per esser triste - e profumata - questo è il link di Burberry su Facebook per ricevere gratuitamente il campioncino del profumo. Così quando non siete più tristi potete andare a comprarlo. Burberry Body


sabato 29 ottobre 2011

Computer says NO

Or should I say: when you credit card refuses to get you the last piece of that Wang genius.
I personally hate it. Because once you managed to stop blaming yourself and your bags bulimia, you really don't expect your rectangular flat friend to spoil the party.
So I started thinking about life, as if those five rows of studded gold meant nothing to me.
Life, I said. Why not Love then. Apparently the Bible has the most beautiful definition of Love:
"Love is patient, love is kind. It does not envy, it does not boast, it is not proud. It is not rude, it is not self-seeking, it is not easily angered, it keeps no record of wrongs. Love does not delight in evil but rejoices with the truth. It always protects, always trusts, always hopes, always perseveres. Love never fails."
Wikipedia takes me East, and tells me that in Buddhism love "is unselfish interest in others' welfare", and that in Hinduism is a "natural desire, a gift of God". Love is many more things, but I think we got the point. 
Love is a generous nerd, that focuses on others and not on himself.
A couple of nights ago the sufi boyfriend and I were talking about how some people have to wait longer than others, in love, because excellence cannot be found in the supermarket's special offers corner. 
It took me one second, and I had the image in my mind: a town crier on a big horse, travelling throughout the far away lands, with a proclamation that roughly said:
"A ball will be held in the Imperial Palace, only for ladies and gentlemen who have Love as their vexillum".
Security would make sure that no persona non grata entered the door, and that the dress code was respected (yes, Love, I am addressing to You. I fear You have gone a bit too modest, recently. This party is for You, after all).
And then I would let the dance begin, and would look for  him, curvo e curioso who una storia d'amore cercava, and her, who per scherzo girò la sua gonna e si mise a danzar, as Vinicio Capossela says in one of his songs. I would change the end, though, 'cos that one always makes me cry.
This way we would all win: the newlyweds would kiss the night away, and the least they could do to show me their eternal gratitude would be buying me that studded Rocco mentioned before. Because It did mean something, after all.

For those who have a generous rectangular friend: http://www.alexanderwang.com/


Breakfast at Tiffany's


Sottotitolo: quando la carta di credito si rifiuta di pagare l'ultima genialata di Alexander Wang.

Uh, quanto ci si rimane male. Perché una volta che hai convinto i sensi di colpa che per questa volta possono chiudere un occhio, non ti aspetti certo che a rovinarti la festa sia la tua amica a 19 cifre. 
Non resta altro che pensare alla vita, e cercare di dimenticare quelle cinque file di borchie dorate.
Pensiamo alla vita, abbiamo detto. Per esempio, potremmo pensare all'Amore. Pare che la più bella definizione dell'Amore venga dalla Bibbia: 
"L'amore è paziente, è benigno; l'amore non invidia, non si mette in mostra, non si gonfia, non si comporta in modo indecoroso, non cerca le cose proprie, non si irrita, non sospetta il male; non si rallegra dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità, tollera ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L'amore non viene mai meno."
Wikipedia mi sposta più ad Est, e mi insegna che nel Buddismo l'amore "è il volere che gli altri siano felici", e che nell'Induismo "è desiderio naturale, dono della divinità". Ed è anche molte altre cose, ma mi pare che l'idea generale sia chiara.
L'amore è un generosone un po' patacca, che pensa molto agli altri e poco a sé stesso. 
L'altra sera io e il sufi fidanzato stavamo parlando di come alcune persone debbano avere più pazienza di altre, in amore, perché l'eccellenza non la trovi in offerta speciale al supermercato.
Io metterei un banditore su un bel cavallo, e gli farei fare un lungo giro pei regni nel mondo con un proclama, che direbbe più o meno così: 
"Serata danzante a palazzo, aperta solo a dame e cavalieri che fanno dell'Amore il loro vessillo."
Metterei un buttafuori alla porta, ovviamente, che c'è sempre qualche furbo che vuol fare l'imbucato, e un dress code, perché mi pare che 'sto Amore sia un po' troppo modesto. Insomma, è una festa per lui, non è che può mettersi il primo straccio che trova per terra.
E poi aprirei le danze, cercando con gli occhi il "lui curvo e curioso" che "una storia d'amore cercava" e la lei che "per scherzo girò la sua gonna e si mise a danzar" di cui racconta Vinicio, ma cambierei la fine, che quella mi fa sempre piangere.
Così vinceremmo tutti: le coppie innamorate si scambierebbero dolci baci, e il minimo che potrebbero fare per dimostrarmi la loro eterna gratitudine sarebbe una colletta per la Rocco borchiata di cui sopra. Che tanto non me la dimentico.

Per i fortunati con l'amica a 19 cifre in vena di generosità: http://www.alexanderwang.com/

sabato 22 ottobre 2011

La piuma sul cappello




Se il Cappellaio Matto fosse stata una donna, secondo me Alice sarebbe rimasta. E ci sarebbero stati meno topi e più riviste. Che sarà mica modo di prendere un tea, quello. Quando noi galline ci riuniamo per il tea, che poi è caffè, facciamo le cose con la testa.
Perché alla fine, il tea - o caffè che sia - è una scusa. Quello che importa è l’oroscopo. E delle storie ben raccontate, ricche di dettagli cronologicamente snocciolati.
Ma una volta che ti allontani dalle tue galline, ne potrai mai trovare delle altre as dear? Ti sapranno lisciare le piume quando sei arruffata, darti un paio di beccate se te lo meriti, o tenerti a bada le zampe, per limitare i danni?
Non che il mondo non ne sia pieno, perché lo è. Ci sono galline dappertutto, anche dove non te lo aspetti. Una volta ho conosciuto una gallina modella, con addosso un paio di leggins di paillettes Stella McCartney color cipria che l'avrei abbracciata.
Ma non è la stessa cosa, perché il primo pollaio non si scorda mai. Tutti quei e lui mi fa e io gli faccio, tutti quei long island, tutti quegli abbinamenti sbagliati e perdonati in nome dell’amore, mica si dimenticano così.
Ma le galline, si sa, spesso sono in fuga. Caratteristica principale delle pennute, infatti, è la smania. Da rossetto, da uomo o da Mulberry - nel mio caso, da lavoro, da insoddisfazione congenita o incostanza proverbiale, da convivenza, da connivenza o dal fare senza,  la gallina svirgola, si divincola, scappa per poi pentirsi e tornare, e chiedersi quale delle due scelte era la peggiore. Decide di norma impulsivamente, se si escludono rarissimi esemplari di gallina guidata da raziocinio, che tende ad essere plagiata dal gruppo. E' protettrice del pollaio e del vintage, non necessariamente in quest'ordine, e oggi mi è mancata moltissimo. Allora mi sono messa un cappello e ho fatto un caffè, ma gli oroscopi in francese non li capisco, e senza storie non è la stessa cosa. L'unica soluzione possibile mi è sembrata quella di comprare la Mulberry online per sentirmi meno sola, per poi cadere in quel vortice di orgoglio e rimorso da cui uscirò una volta scartata la mia Alexa in a bag. E mi sono infilata in dei leggins di paillettes, e ho capito perchè io e la modella ci eravano dette addio.

La solitudine è una gran brutta bestia: http://www.mulberry.com/

domenica 16 ottobre 2011

Via dei Matti




Il fidanzato aveva già fatto flessioni, addominali e qualcosa di cui mi sfugge il nome per sconosciuti muscoli delle spalle, mentre io cercavo di entrare in jeans per ragazzine, perché ai saldi mi ero fatta prendere dall’ansia di possesso. Una si nasconde i capelli bianchi e crede di avere le forme di una tredicenne. Sei alta come loro, ma non hai le loro cosce. Live and learn. Il fidanzato si è sentito in obbligo di sottolineare che ho dei problemi con la materia, “abbastanza troppi”, per precisare. (E’ belga, e all’accento francese si perdona quasi tutto.)
Via dei Matti ci ha accolto che meglio non si poteva, con un sole che fa l’erba del nord ancora più verde, i fiori ancora più fiori e galli e galline veri neomelodici. Nu babbà. La famosa via si trova in uno dei quartieri più borghesi di tutta Bruxelles, che i matti ti sorprendono, loro sono dappertutto, ed è fatta di tante casette piccine, con grandi giardini e orti che le abbracciano. Ci sono anche i cavalli, le volpi e gli alberi di mele cotogne, ma così mi sembra di essere un po’ troppo sfacciata, quindi fate finta di niente. C’è solo qualche gatto, ma pochi. Giuro.
Non ci stanno mica solo i matti, per carità. Ui è ad tòt al ràzi, avrebbe detto mia nonna, ma noi ieri la giornata l’abbiamo passata con loro. Che abitano lì da molti anni, quasi tutta una vita, e sembra non abbiano nessuna voglia di andare in un altro posto.
Ce n’è una che si chiama come la famosa ape, e che non sente il dolore, quindi va ogni giorno dal dottore per sapere se sta male. Ce n’è un altro che è un ereditiero, e ogni mattina si sveglia, si lava (less likely) e poi scende fino al giornalaio (ah, perché la Via dei Matti è su una collina, giusto per rub it in your face ancora un pochino) e spende 50 euro di riviste. Lui non fa nessun programma per mtv, ma come la collega Paris ha dei bff, nel suo caso delle rumene che si fanno invitare alla bella vita. La triste sorte degli ereditieri.
Poi c’è il giardiniere, che ha portato l’offspring a raccogliere le mele cotogne, e gliene ha nascosta una nel cappuccio prima di andare via, e lo stalliere che le ha regalato un coniglio di legno, che nella sua lingua si chiama Pesh. La lingua dell'offspring, dico.
E ci sono quelli che sono partiti, perché i familiari hanno deciso che erano troppo vecchi o troppo matti per vivere da soli. Vivono in delle home, come le chiamano qua, e sono serviti e riveriti. E chiusi. Gli altri dicono che fanno i raffinati, gli uomini eleganti, adesso. Si, però tornano a mangiare in Via dei Matti tutte le volte che possono, e restano seduti un po' in giardino, a guardare dritto davanti a loro (anche se devo dire che vederli tutti puliti rincuora). 
Ci sono anche degli innamorati, che sono in tutto e per tutto uguali agli altri innamorati. Matti pure loro.
Io ci vado a vivere, in quella via. Col sufi fidanzato e l’offspring, in una casina col giardino costruita da loro per loro. In una comunità di gente che vive la vita nella maniera che reputa “normale”, in un mondo che se non è indignato è quasi sempre triste.
E vado a mangiare con loro quattro sere alla settimana, e a portare un po’ di glamour a chi non ce l’ha. I jeans li lascio qua, mi sa.


venerdì 14 ottobre 2011

Munirsi di stuzzicadenti, prego

Giorno a tutti. Un altro pezzo scritto per Vogue, un po' datato ma sempre attuale, purtroppo, tipo una canzone di Battisti. Dove il purtroppo si riferisce al pezzo, di certo non alle magie del ricciolone. 

Oggi pomeriggio, a bordo di una piscina gonfiabile nel giardino di una villetta a due piani che in Belgio, dove vivo, si chiama casa popolare, una mia amica di due anni più giovane di me mi ha detto che sarebbe presto diventata direttrice del suo dipartimento.
Per mail, invece, ho dovuto consolare una mia compagna di università, laureata con una tesi poi scopiazzata senza pudore dalla sua relatrice.
La sua decisione di abbandonare un contratto in cui il tempo era sì indeterminato, ma anche sfruttato e sottopagato, si era rivelata una mossa più da Jane Eyre che da Una donna in
 carriera (e dire che aveva ai piedi un paio di Bottega Veneta a dir poco vertiginose, che ce la voglio vedere, Jane Eyre, a far le pulizie con quelle): le migliori condizioni promesse erano diventate farfalle ed erano volate via.  
Non credo sia un caso che, nel mio seppur ignobilmente lungo excursus universitario, sia stata testimone del passaggio a miglior vita di una decina di beneamati professori. Preparati, colti, importanti e ultraottantenni.
E l’ultra pesa, in questa storia.
Ho un po’ l’impressione di trovarmi davanti ad una di quelle favolose tavolate da aperitivo dietro ad un muro di eleganti e rispettabili “agée”, restii a passarti una bruschetta. Che magari per loro sarebbe più indicato il pinzimonio, e se si spostassero solo un pochino tu riusciresti a prendere per lo meno un’oliva all’ascolana. Ma farti spazio è impresa ardua, e devi proprio essere agguerrito. O affamato.
Una mia amica in questi casi si arma di stuzzicadenti, e tra lo sgomento generale causato dall’inaspettato pizzicore dove non batte il sole s’insinua e rimedia quel che può.
Però lo fa quando torna in vacanza, perché abita a Los Angeles, dove lavora e convive con la sua fidanzata. Tra l’altro.
Le parole quando nascono non hanno una connotazione negativa o positiva, quella la aggiungiamo noi.
Invece di bamboccioni, che oltretutto trovo un po’ povero, come termine, se ne potevano utilizzare tanti altri, che però avrebbero dovuto rimandare anche alle difficoltà affrontate dai giovani chiamati in causa. Ai co.co.pro., ai c.v. impoveriti per rientrare ne canoni, a quell’ ”in” che messo davanti all’abusato “determinato” vuol dire una casa il cui l’affitto (con regolare contratto, che dato che sogniamo, facciamolo per bene) si puo’ pagare tutti i mesi. 
E che vuol dire bruschette. Bruschette come se piovessero.

Alice, che ha una domenica libera ogni 2 mesi. Il sabato scordatevelo.
E Federica, che fa 3 lavori, tutti insieme.
E io, che siccome che non so bene da che parte girarmi, mi frugo dentro.




martedì 11 ottobre 2011

In fila indiana non si perde nessuno

 Bisogna avere un sacco di tempo per capire quali sono le tue priorità. Che magari sei convinta di avere tutto chiaro, una bella fila ordinata e netta come quando abitavo a Linkoping, ridente cittadina svedese tra Norkopin e Nykoping, e aspettavo il bus, e tutti stavano diligentemente al proprio posto a -20°. Non ci sono mai riuscita.
Se avessi avuto più pazienza, magari avrei potuto usare quel tempo per capire delle cose, invece di spendere tutte le mie corone in taxi. Così ora avrei una rassicurante risposta alla domanda "cosa vuoi fare nella vita". Io nel dubbio, sbarluccico. Che però, a detta di molti, non è una priorità.
Ma chi le mette in fila, le priorità? Chi è quel poveretto che la mattina timbra il cartellino e decide che una è più importante delle altre? E se sei solo, valgono come se sei in due? Delle volte ti pare proprio che le tue siano irrinunciabili, fino al punto di non capire più dove finisce la necessità e inizia l'egoismo. Altre volte ti dici che non sono poi così importanti, che ormai sei una persona adulta e sei in grado di fare delle rinunce, e mentre te lo dici ruoti un po' la testa, come si fa quando ci si vuole convincere.
E' che non si sa mai come va a finire, poi. Che tu rinunci, rinunci, e poi alla fine ti ritrovi come una cretina ad avere detto troppi no. E' come il casinò. Non lo sai mica quando vinci, sennò son bravi tutti. Cos'è più importante, l'oggi o il domani?  Che se io decido di mettere le zeppe, domani, e poi invece piove a dirotto, mi dico che era meglio se non mi toglievo gli stivali, no?
Io ho un'amica che quando le perde di vista, le sue priorità, fa delle gran liste. Dice che così è più facile ritrovarle. A lei piace molto l'idea di essere splendidamente razionale, e di avere dati concreti e oggettivi su cui basare le sue scelte. Io le liste le faccio, poi le perdo e mi dico che tanto vale andarsi a comprare uno smalto, che così mentre si asciuga ho tempo per pensare.


orologio vintage: Enicar, Gioielleria Burnazzi, Rimini
collana vintage: Christian Dior

Ma torniamo a noi. Sbarluccicare, dicevo. Io, oggi, sbarluccico così, con due meraviglie che hanno almeno cinquant'anni e sembrano due bimbe. Che sul domani non so molto, ma sul ieri son preparatissima. Ho anche fatto una lista.

martedì 13 settembre 2011

E se fosse



Questo è un post corto, cortissimo, un soffio, ma a cui sono molto legata. E non perché è stato utilizzato durante la Vogue's Fashion's Night Out all'interno di una mostra fotografica sul tempo (o non solo, che va bene la lotta all'ego, ma con un paio di Sam Edelman ai piedi però), ma piuttosto perché mi fruga dentro. Q.b. 
Mi piacerebbe sapere come lo sentite voi, il tempo. Feel free, mi blog es tu blog.

Il tempo è la mia bimba che impara a dare i baci, il disperdersi del profumo nel ricordo di mio padre, le bandiere tibetane sul balcone che si dissolvono in preghiere.
E’ una tazza di tea che c’era e adesso non c’è più, un amore che ti dice che è come se il tempo non fosse mai passato, un fiore che si è stancato di essere bello.
Il tempo è le persone che lo fanno, perché affascina pensare che se c’è un prima c’è anche un poi, da scartare come fosse Natale.


domenica 11 settembre 2011

Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di prestato, qualcosa di blu




Andiamo in fila. Qualcosa di vecchio è decisamente sentire sempre le stesse storie, vedere un amico down in a hole losing control (ma con uno stile molto più raffinato di quello della famosa band che ha fatto ciondolare le teste di noi tutti negli anni Novanta), e sapere che non c'è gran ché da fare. Ora, corro il rischio di passare per presuntuosa, ma credo di poter dire che ho gli amici migliori del mondo. Che poi è quello che pensiamo tutti, che ogni scarrafone è bello a mamma soja, quindi vado a dormire con la coscienza pulita. Comunque, quello che volevo dire è che vederli maltrattati, giudicati, o soli, quando a mio avviso dovrebbero essere ammirati come dei diamanti Tiffany, mi scoccia da morire. 
A volte ho l'impressione che sia tutta una questione di mode. Lungi da me toglierle dal piedistallo, le mode, io ne farei qualcuno di riserva, non si sa mai che dovessero perdere un piedino, ma mi sembra che ormai solo ciò che è cheap abbia diritto di esistere, dentro e fuori. (Adesso me lo sono un po' cercato, il ruolo da presuntuosa, ne sono cosciente). Troppa plastica, troppo tutti uguali, troppi mocassini, troppe Kardashians. Sono già in tre, basteranno, no? 
Le differenze spaventano così tanto? Essere profondi vuol dire essere noiosi? Impegnarsi è così duro? Qualcuno una volta mi ha detto che era solo più da amare. 
Ugualmente datati, ma infinitamente più piacevoli (se togliamo il diritto di veto ai piedi), sono un paio di stivali di cui mi ero completamente dimenticata. Alti, con quel Seventies vibe dovuto al fatto che probabilmente quello è il decennio in cui hanno visto la luce, e di color rosso mattone, saranno perfetti per il rugginoso Autunno/Inverno che ci aspetta. Scovare nel guardaroba pezzi perfetti per la moda della stagione mi fa felice. Parlando di profondità, ovviamente.
Qualcosa di nuovo sono di sicuro le ciglia finte individuali. Le mie sono della e.l.f., e le ho comprate di fatto perché costavano un euro e, soprattutto, perché Louise Roe le adora. Dato che io amo lei, e adesso pure le ciglia, sono fiduciosa e immagino un futuro radioso in cui anche lei amerà me, e vivremo un vita fatta di gin tonic e occhi da cerbiatte.
Qualcosa di prestato, dove prestato probabilmente non è il termine più adatto, ma faremo finta di si, sono dei porta gioie indiani che io in realtà uso per i trucchi. Devo dire che c'è voluto del tempo perché l'odore da fine del mondo andasse via, ma adesso sono perfetti, tutti luccicanti sulla coiffeuse, e anche l'offspring li trova parecchio interessanti. I geni, incolpate i geni.
E, alla fine, qualcosa di blu. Fermi tutti che arriva Lui, il meraviglioso Arty Oval Ring di YSL. In realtà non è solo blu, esiste con pietre di vari colori, ma quello su cui ho lasciato l'anima, che di solito apre la strada al portafoglio, è con il turchese. Non inizierò a dire che Alexa Chung li ha tutti, e che è l'anello più particolare che io abbia mai visto, in un mare di chunk rings. Sono sicura che lo sapete già. E se lo avessi saputo anche io, non avrei perso il sonno per poi scoprire che è sold out dappertutto. Ma a me non mi frega nessuno, che non sono mica nata ieri, e ho già iniziato a scrivere la lettera a Babbo Natale.

Balà, versione dell'offspring di voilà, credo di aver finito.
(Vado al matrimonio di mia sorella tra una settimana, l'ispirazione viene da lì)


Stivali vintage

Porta gioie indiani "prestati"
L'unico e solo Arty Oval Ring con turchese, YSL

Something old, something new, something borrowed, something blue





Let's start from the beginning. Something old would definitely be hearing the same stories again and again, seeing a friend down in a hole losing control (but with a much more refined sense of style than the famous band that made us all nod heads in the Nineties), and knowing there's not much that you can do. Now, this might sound a little presumptuous, but I am pretty sure my friends are the best around. Then again, everybody must feel the same way, so I guess I could be forgiven. Anyways, my point is that seeing them abused, or misjudged, or alone when in fact they should be admired as Tiffany diamonds, makes me sick.
 Sometimes it feels like it is all a matter of fashion. Now, please don't get me wrong, I am a firm believer in fashion, in fact I'd love to have more fashion and less rain, at least here in Belgium, but what I mean is that I have the impression that there is quite an obsession for cheapness, inside and outside. (Now I really do sound presumptuous!) Too much plastic, too much all the same, too much loafers, too much Kardashians. There's already three of them, enough!
Are differences that frightening? Is depth that boring? Is commitment that hard? Someone once told me it's just more to love. 
Equally old, but with much more right to be (if we do not consider the feet's opinion), are an old pair of boots I had forgotten all about. Tall, with that Seventies vibe (probably because it is the decade in which they saw the light) and brick red, will be perfect for our rusty Autumn/Winter 2011. Finding pieces in my wardrobe that fit perfectly the fashion season makes me happy. Talking about depth, that is.
Something new must definitely be individual false lashes. Mines are by e.l.f., and I basically bought them because they were only one euro and, surtout, because Louise Roe loves them. Since I love her and now I love them too, there's hope one day she'll love me, and we'll live a life full of gin tonics and fawn eyes.
One thing I borrowed, where borrowed is probably not the right word but we'll go with it, are some indian jewellery holders, that I actually use for my make up. I must say it took a while before they stopped smelling like the end of the world, but now they are perfect, nice and shiny on the coiffeuse, and the offspring finds them already quite attractive. The genes, blame the genes. 
Something blue has to be the marvellous Arty Oval Ring by YSL. In fact, it is not just blue, it comes in many different colors, or should I say with different stones, but the one I laid my heart on, is the one with the turquoise stone. I am not gonna say that Alexa Chung has them all, and that it is different from every other chunk ring I have ever seen. I am sure you all know it. Had I known about it before, I wouldn't have had to loose my sleep only to discovered that it is sold out everywhere. But I am full of resources, and have already started writing my letter to always generous Santa.

Balà, offspring version of voilà, I guess I am done.
(I am going to my sister's marriage in a week, hence the title.)


Vintage Boots

"Borrowed" jewellery holder 

THE one and only Arty Oval Ring with Turquoise Stone by YSL

domenica 28 agosto 2011

Vintage Me Over!



Ah, nothing better than a bit of vintage to fool yourself into believing that you can actually look a bit like Alexa Chung, if you try really – REALLY – hard.
But the question is always there: what to buy, when you find yourself in a sea full of fishes of every color, every form and every age, better known as Marché aux Puces, that – let’s be honest – can look scaring to the faint of heart?
Me, I am like a cat, I walk around pretending not to care, then when I find something that screams my name I stop and start (virtually) shaking my derrière in excitement, preparing to attack.
It is not easy, people, be prepared: there are a lot of fashionistas out there, and it is cold and windy (at least Bruxelles is), and it is a hit or miss, basically, but it is all worth it. I promise.
I ventured myself this morning, after seeing a gorgeus dress with a sixty’s vibe on her, where her is still Alexa, of course (a slight obsession going on there, I am aware). Since I am not in the delightful position of spending money on a new Luella’s wardrobe, I thought I could try my luck at the Marché aux Puces. 
My finds: a Christian Dior leather glove – just one, but I am positive the other one is somewhere in the world waiting for my hand, I just have to keep on searching. Besides, even the girls in Little Women could go to balls with only one glove, I am sure I can get away with it no prob.
A furry brown hat, perfect to embarasse that austere boyfriend of mine.
A Chungesque shirt, of which I am very proud, and that I’ll try on as soon as it will stop to smell. It even came with a flower that you are supposed to wear on the neck. “Encore plus jolie madame comme ça”, according to the seller, who spoke a french worse than mine.
And, last but not least, a pair of daisy earrings, since we are still waiting for the spring, here in Belgium.

So, I did not splash out too much, mainly because I have a mother who is THE Marché aux Puces itself. Where everything smells already just like home and it does not cost a cent. Plus, everything you see it usually has an history that concerns you too, and the moment when your mum smiles and starts recalling is when you have the time of making the item disappear. Live and learn.
So, people, get your hands dirty, whether in a huge smelly pile full of fleas or in a much more organised mother’s wardrobe. I bet you’ll be so pleased with your finds you’ll even forget the lack of resemblance with Alexa. (I think I might have a problem with that woman..)

For infos: http://www.marcheauxpuces.org/


Vintage trench happily stolen from my mum's wardrobe

My mum's bags, that had been perfect for 40 years before meeting me.



lunedì 22 agosto 2011

io ti amo tu mi ami?

Qualche sera fa bevevo del vino con un’ amica e guardavo l’inverno d’estate passarmi davanti (il lato positivo è che puoi raccontarti che le calorie del formaggio francese torneranno utili mentre sfidi il temporale per salire sul metrò). Tra un’oliva e un “dovrei perdere ancora otto chili” abbiamo iniziato a parlare di rapporti e d’ amore. Ci sono più tipi di amore che di lip gloss, mi pare. Che non è un’ idea particolarmente rivoluzionaria, e credo sia per questo patrimonio dell’umanità, tipo i trulli di Alberobello.
C’è chi ti ama perché vuole essere amato, e si aspetta una dichiarazione tutte le volte che regala un sorriso, un diamante se porta un gelato,  un’ovazione se indossa quello che – lui pensa – tu gli hai regalato.
C’è chi ti ama da lontano, ti lascia libero di andare perché sa che avrai voglia di tornare, che non ti fa vedere che è triste perché i gatti non piangono, checché ne dica mia sorella.
C’è chi ti ama perché sei un’opera d’arte, una musa ispiratrice, una dea una sfinge una stella, fino a quando all’improvviso diventi scontata, limitante e opaca, e finisci nel cassetto c’eravamo tanto amati, da tirare fuori in caso di eclissi totale.
C’è chi non riesce a non essere geloso, e si strugge nel vederti troppo bella, troppo buona o troppo brava; “è il troppo amore” dice, ma in realtà è banalissimo egoismo.
C’è chi ti ama e basta, o almeno così dice, e non ha nessuna intenzione di cambiarti perché hai senso come sei, anche se non capisce perché ti addormenti con un pigiama di flanella ed esci ricoperta solo di pizzo.
C’è chi ti ama ma ti amerebbe di più se fossi diversa, essenzialmente tu ma se fossi un’altra meglio, per parafrasare quella bella canzone di Rino, che tutti abbiamo cantato in macchina urlando di dolore almeno una volta, forse anche due.
C’è chi ti ama perché ti prendi cura di lui, e a volte vorresti provare ad invertire i ruoli, ma hai paura di vedere come sarebbe.
C’è chi ti ama anche se vuoi delle cose diverse, e non si capisce se devi fare finta di non volerle per giocare la carta della psicologia inversa, o se proprio devi smettere di volerle e basta, ma la sera ti addormenti col sorriso come Lovely Sara quando era contenta, e hai molta fiducia nel futuro, o forse te la racconti.
C'è chi ti ama solo perchè non può averti, e nel momento in cui capisce che potrebbe decide che in realtà non sa cosa vuole, ma è prrrrretty sure che non vuole te.
C’è chi ama te e le altre non ci sono, però intanto ci sono lo stesso, e tu investi nel miglior illuminante rassodante antirughe antifatica per il contorno occhi, ma non funziona gran ché.
C'è anche chi ti ama perchè sei un frammento de La Donna, unica e infinita, che se leggi tra le righe vuol dire che amerà tutte quelle che gli capiteranno a tiro, ma per fortuna questa tipologia è abbastanza rara.
Se tutti questi modi di amare – e di non amare – trovassero la loro controparte sarebbe meraviglioso, pensavo, mentre stava per smettere di piovere, o almeno così mi sembrava mentre finivo il quarto bicchiere.
Il fidanzato dice che amare davvero è la cosa più difficile che dobbiamo fare nella vita, perché è una prova estrema di altruismo. Per esempio, il fatto che la cornice fucsia che ho comprato non sia finita nel bidone ma troneggi nel mio angolo da Alice in Wonderland wannabe, mentre la cartina di Bruxelles che mi aveva appeso al muro per cercare di arginare il “quando stiamo andando su questa tera” che mi contraddistingue sia spiegazzata e offerta in pasto all’offspring come tela per le sue opere prime, la dice lunga sulla salita che mi aspetta verso il paradiso dell'altruismo. Anche se devo dire che la cornice sta proprio bene, lì al suo posto, e il fucsia ha bisogno di tempo per entrare nel cuore dell’uomo. Forse il mio È  un atto d’amore, after all.
Intanto mi sono presa un bel raffreddore, a star nel freddo a pensare all’amore. Che di sicuro è un po’ paraculo.

pensando all'amore si prende il raffreddore

anche questo è amore

martedì 9 agosto 2011

Brindiamo tutti insieme con un altro po' di tè

Ah, che bello aprire i pacchetti che arrivano a casa! È come se fosse un non compleanno, per me, dove il “non” sta per “senza la faccia di chi il pacchetto l’ha fatto che ti scruta per capire se questo giro è riuscito a compiacerti”. Lovely.
Dunque, il pacchetto di cui sopra era azzeccatissimo, zeppo di pennelli e trucchi e pure una confezione di ciglia finte, perché non ho trovato nemmeno un motivo per non metterle nel carrello.
Il mittente è e.l.f., che sta per eyes lips face cosmetics, e che è una compagnia americana con base a New York, o almeno questo è quello che c’è scritto sul pacchetto.
La prima cosa da dire è che quasi tutto quello che ho comprato (e moltissimo di ciò che si trova sul sito) costa un euro, che di questi tempi è come dare in mano alle folli folle di shopaholic le chiavi di un outlet. 
Avevo già provato in passato una crema per il corpo, un blush e un ombretto in crema, ma questa volta ho deciso di esagerare, perché a me sta cosa del tanto costa poco così posso spendere il triplo mi frega sempre. Vero è che con sedici pacchettini da aprire bevendo allegramente il tè con un virtuale cappellaio sono arrivata alla stessa cifra che avrei speso per un correttore di By Terry, e la cosa mi ha alleggerito la coscienza.
“E la qualità, e la qualità”, grida l'insolente pubblico parlante del talk show nella mia testa (incredibile cosa può fare una decina d’anni con la De Filippi principessina del palinsesto televisivo). Dunque, la qualità si diceva: non è male. I blush in polvere sono molto leggeri, quindi adatti a tutte le ragazze delle porte accanto e a chi ha una mano un po’ troppo spavalda. E ne è pieno il mondo, di entrambe le categorie. Il blush in crema mi piace moltissimo, il colore è naturale e delicato, e non sparisce al primo bacio della figlia. E poi diciamocelo, trovare un blush in crema che soddisfi guance e portafoglio è più complicato di quanto si pensi. Gli ombretti e il primer mi sembrano carini, ma ancora non li ho usati abbastanza per sbattere il martelletto e togliere la seduta. Ovviamente mi aspetto che, con le palpebre piene di una polvere che si chiama socialite, mi si spalanchino le porte di Bergdorf Goodman.
Last but not least, pennelli: vari ed eventuali, dal ventaglio allo stipple, passando per lo smudge, il blending e l’eye crease, credo che io e l’offspring ci divertiremo parecchio.
Se siete sedute a mangiare biscotti e non sapete cosa regalarvi per il non compleanno, evitate l’effetto fisarmonica, che restare incastrati (in una casa o in un paio di jeans) non è mai bello, e date un’occhiata a trucchi e pennelli, che magari qualche idea la trovate. E ditelo anche al bianconiglio, che con l’ansia che si porta dietro deve avere delle occhiaie da ridere.

http://www.eyeslipsface.com/ per chi è all'estero, o http://www.eyeslipsface.it dall'Italia

kabuki, bronzing, small smudge, total face, concealer, total face, blending eye, eye crease, fan, small smudge, stipple, eye shadow, brow comb

cream blush: tease
powder blush: mellow mauve e candid coral 

cream eyeshadow: dawn
mineral eyeshadow: elegant e socialite

eyeshadow primer: sheer

crema per il corpo: burro di karité

contouring blush & bronzing powder: blushed/bronzed

venerdì 5 agosto 2011

Winona Forever

All’inizio c’era Winona Ryder. Che era tutto quello che volevamo essere, noi adolescenti degli anni novanta. Lasciamo stare le tutine a quadretti con frappa che impazzavano tra le Emanuele e le Ambre; era davvero plausibile strapparsi i capelli per una che siccome aveva comprato un gatto bianco si domandava se mancava ad un improbabile lui? Seriously?
A noi piaceva lei, che era minuta e fragile e sapeva far restare la cenere su tutta la lunghezza della sigaretta, arte che ho sempre trovato ineguagliabile. Lei che era finita su uno dei bicipiti più desiderati del mondo senza battere ciglio, e che aveva una biografia che ogni grunge avrebbe desiderato.
Io sogno ancora quel suo abito color crema indossato al primo appuntamento con Ben Stiller, checchè ne dicesse Ethan Hawke. E vuoi mettere avere Cher come mamma, e dare una forma alla migliore delle sorelle March, e poter dire “si, sono io la tassista in Night on Earth”?
E via allora, tutte nell’angolo a fare finta di essere irresistibilmente timide e impacciate. Col risultato che i grandi numeri aspettavano ore in quello stesso angolo da sole, facendo finta di starci molto bene, fino a quando la noia vinceva e ci si arrendeva alla triste realtà: girls interrupted si nasce, non si diventa. O magari si, ma con molta moltissima dedizione.
Personalmente ci avevo messo del mio, tre contropermanenti e molte prove della frase i guess i am not that good with compliments, ma di tutto ciò rimane solo qualche foto imbarazzante per niente somigliante alla mia eroina dell’epoca. Mia madre dice che la natura ha occhio, quando fa le cose, e che non bisognerebbe star a fare troppe modifiche. Dice anche che bisogna diventare adulti per capire che i jeans rigidi ingoffano terribilmente, insieme a molte altre perle.
All’inizio c’era Winona Ryder e forse c’è ancora, in qualche armadio, sulla t-shirt che la voleva libera. Non dite che l’avete buttata via, ve ne prego.
Mi guardo in giro in cerca di una moderna icona che la eguagli, ma non trovo nessuno con la stessa delicatezza. Forse non guardo bene? Dite la vostra che ho detto la mia.


domenica 31 luglio 2011

RSVP

Qua lo shopping urge, il conto piange e il tempo stringe. Ci vorrebbe una rima anche per “ma non doveva essere estate qui pare fine novembre”, ma al momento mi sfugge.
È quel meraviglioso periodo dell’anno in cui i sogni, che la notte ti sembran veri e tutto ti parla d’amor, di giorno possono prendere forma. Non assicuro niente sui i topolini in grado di cucire principesche frappe su stracci da servetta, ma se anche voi sognate di soffiare l’ultimo abitino della perfetta taglia all’agguerrita fanciulla al vostro fianco, è ora di affilare le unghie. O per lo meno dare una passata o due di Particulière (Chanel, need i say more?), che fa così chic quando spunta, stremato ma impeccabile, dai cesti al 70%.
Come oltrepassare quel the day after feeling, senza farsi travolgere dall’ansia da ora o mai più, che spesso riempie l’armadio ma non l’anima? Che poi, quando si riaprono le ante con un certo distacco, si ha la sensazione di avere alla festa qualche imbucato che stona con il dress code, e chissà chi lo ha fatto entrare. Ora, per avere dei bodyguard che la guardia non la abbassano mai, c’è un semplice trucchetto che usa anche Olivia Palermo: comprare solo cose che andranno bene anche nelle stagioni a venire, un po’ come le mamme. Con i dovuti colpi di testa, ovviamente, che la fa facile l’Olivia di beige vestita, ma sono sicura che quando è seduta dietro ad Anna dello Russo alla settimana della moda londinese vorrebbe avere lo stesso cappello a ciliegia. Che a suo modo è un evergreen.
Tornando ai saldi e al comprare intelligente: in pole position decisamente il famosissimo boyfriend blazer, che piace alla gente che piace e soprattutto sta bene a tutte. Da tenere chiuso o sbottonato, con le maniche attentamente arrotolate  o tirate su un po’ alla buona, è una vera social butterfly che fa coppia – aperta – un po’ con tutti gli invitati della festa.
Fiori, come se piovessero: provenzali o sfacciati, dai colori tenui o tropicali, vanno quasi sempre bene se dosati con gusto, e spesso hanno l’accesso alla zona v.i.p.
Pizzo, perché non ce ne è mai abbastanza, e se è in giro da un sacco di tempo vorrà dire che dei numeri ce li ha. Che magari non vediamo subito, ma diamogli tempo, è un bravo ragazzo.
E poi colori, preferibilmente negli accessori, perché a dire il vero questo color blocking di cui si fa un gran parlare non mi convince fino in fondo. Assolutamente riservato ad un ristretto numero di fortunate (?) è preso un po’ troppo sul serio, a mio avviso, e mi sembra un po’ una di quelle immagini da album da colorare. Ma chi può lasciare sulla porta una zeppa rossa, o una pochette royal blue? Io no.
Siano i benvenuti anche gli egocentrici cocktail rings (che secondo il sufi fidanzato sono armi camuffate, ma lui vive happily ever after con un armadio pieno di pantaloni di velluto, E BASTA, perché sono comodi. No questions asked, please. E' un fidanzato impeccabile, per il resto). Sbizzarritevi, più particolari e improponibili sono, meglio è.
Venghino siori  e siore, si divertino e spendino, che va bene che arrivare in ritardo fa figo, ma qui sono quasi finiti tutti i salatini e poi chi li manda giù, i margaritas?

Cin cin!

p.s. mio personalissimo consiglio: frugate nelle cantine di insospettabili parenti: io dai suoceri ho trovato bellissime chiavi degne di Tiffany!  Pare che fossero di un qualche antenato, che le collezionava perché c’era sempre la chiave giusta per aprire una qualunque porta. Quando si parla di plus valore, insomma.



blazer Max&Co

shorts a fiori H&M
shorts di pizzo Zara

abito H&M
collana Down the Rabbit Hole
pochette rosa vintage
pochette blu vintage
shopper rosa Les Copains
borsa verde Cavalli Freedom

collane di pietre dure, anello e pendente Gioielleria Burnazzi
lucchetto e chiavi vintage


martedì 19 luglio 2011

Dimmi che valigia fai e ti dirò chi sei

Gennaio era appena iniziato, nel lontano 2001, mascara e lacca non erano ancora personae non gratae nei bagagli a mano, e io mi preparavo a partire per l’Erasmus.
Mio padre sfoderava vassoi di caffè dolcissimo per ravvivare una stanza di galline ventenni troppo educate per sussurrare che lo avevano chiesto amaro, e che faticavano a trovare il loro stile dopo un’adolescenza sprofondata nel grunge. Provate voi ad accendere mtv e a trovarvi JLo al posto degli Stone Temple Pilots.
Valigia rigida verde acqua aperta e vuota, a parte per due irrinunciabili oggetti: un puff di pelo dalmata e delle infradito fucsia fluo (anche io ero molto persa, stylistically talking).
Gli episodi sono infiniti, e finiscono quasi tutti con qualche sbuffata della mia amica Willy che prende il mio posto davanti alla valigia e con criterio pratico e svizzero fa la cernita degli oggetti, sotto lo sguardo affranto della mia omonima amica dall’armadio più meraviglioso e strampalato che mi sia mai capitato di aprire.
A mia difesa posso dire che si tratta di una tipica reazione alla madre, che impacchetta anche i pacchetti che usa per impacchettare. Nella sua sala, per esempio, troneggia la famosa Frau, foderata perché troppo preziosa per essere macchiata. E la fodera è a sua volta ricoperta, non sia mai che si rovini, che ormai è impossibile trovare un tappezziere decente. E una volta che la Frau è a prova di pisello e principessa comunque non ci si può sedere, perché è tutta bella gonfia e magari vengono ospiti.
Tutto questo per dire che, cresciuta in una casa simile a quella dei nonni Gilmore, mi è impossibile fare dell’ordine il mio compagno di viaggio, o di vita a dire il vero. Non so se è per indole o per la fase di protesta adolescenziale mai completamente abbandonata. Come quando Lorelai finisce un pacco di Pop Tarts per capire se le piacciono per il gusto o solo perché sua madre li odia. (Io ovviamente li ho assaggiati, e giuro che sono la cosa più chimica che il mio stomaco abbia mai dovuto digerire).
E comunque, come si fa a lasciare a casa un collo di piume a cuor sereno? È ciò che ti rende riconoscibile a tutte le galline del pianeta quando sei lontana dalle tue. Di borse non ce ne sono mai abbastanza, e poi non sei credibile nella parte della groupie senza un gilet di montone. O delle zeppe.
Un magrissimo gallese una volta mi ha detto che non trovava giusto che la sua valigia dovesse pesare come quella di un obeso, quando lui aveva un sacco di chili di scarto su cui giocare. Io, che di chili di scarto non ne ho, di solito mi metto dietro un viaggiatore molto minimal. Le mie preferite sono le suore, che la cosa più pesante ce l’hanno in mano. Dopodichè piego la testa con aria di intesa verso la hostess di turno. Questo ultimo passaggio funziona meglio con gli stuart per ovvie ragioni, ma adesso ho anche il bonus adorabilefigliadagliocchiblu che se raffredda l’approccio degli stuart, intenerisce le hostess, e siamo pari.
Ovviamente la figliolina da adolescente puzzerà di naftalina per la stessa regola della reazione, godrà nell’avvolgere tutto in sacchetti sterilizzati dalla nonna e farà il cambio stagionale degli armadi, e magari mi starà anche bene. Credo comunque che quando torneranno di moda le perle del mio guardaroba le ruberà senza battere ciglio, anche se odoreranno ancora di incenso Nag Champa o Daisy di Marc Jacobs (non si può essere freak per sempre).

    
                                                bagaglio a mano, Rimini - Bruxelles 2011


                                                             Paharganj, Delhi 2006

mercoledì 13 luglio 2011

Celo, manca

Se mi chiedessero qual è la cosa più difficile per me, direi lasciare scivolare via senza colpo ferire.
Qualunque cosa.
L’ansia da possesso comincia molto prima dell’attrazione fatale per il sopravvalutato Touche Eclàt, il famoso Tiffany Blue o l’evergreen degli evergreen a doppia C.
La mia bimba, dall’alto dei suoi 82 centimetri, ha già ben chiaro che il suo stampino a castello è adorabilissimo, ma il secchiello a pois fucsia della vicina collega artista è un irrinunciabile must have.
Figuriamoci poi quando si parla di persone. La perfezione unenne, di cui sopra, è pacificamente convinta che io sia di sua proprietà, cosa che tra l’altro non mi dispiace affatto, perché assolutamente reciproca. Il neo della faccenda è che spesso questa convinzione si estende anche a persone molto più alte di lei. Chi non ha rosicato nel vedere la compagna di merende scambiarsi sguardi d’intesa con la nuova arrivata? O, di molto peggio, chi non si è seccata un bicchiere di rosso post incontro con l’ex, constatando che il proprio appeal era ufficialmente in cassa integrazione? (Trucchetto, in circostanze nefande come questa, è quello di concentrarsi sulla camminata con tacco in stato di ebrezza, per evitare di aggiungere imbarazzo a sdegno, gioiosi sentimenti che non hanno l’arte di annullarsi a vicenda).
Il sapientello di turno direbbe con aria vissuta che il punto è di non cadere nell’errore di credere di possedere. Thanks very much. Non è che io creda di possedere l’armadio di Alexa Chung, o per lo meno le sue gambe, ma lo sogno quand même. Ho l’impressione di tornare sempre a quell’ego da combattere, che non solo ti assicura che quella che stai sfoderando è una American Express Platinum, ma anche che con un’altra strisciata puoi mettere nella shopper le persone.
Una volta avevo un fidanzato che si lavava sfregandosi sugli alberi, e che diceva che nessuno possedeva nulla, in realtà. Io di sicuro non possedevo lui, come hanno dimostrato i fatti, ma credo che, albero a parte, il suo punto fosse buono. È un pezzo di strada, mi spiegava, quello che facciamo insieme. E non è il non amore che ci farà salutare, ma il fatto che le strade fanno giri strani, e ci si deve separare per ritrovarsi. O a volte non ci si ritrova più, ma in quel pezzo di strada abbiamo goduto della compagnia reciproca.
Magari la nausea dei tornanti potevi risparmiartela, penso io, se avevi allungato la strada per farla con lui, che poi al primo bivio ti aveva salutato. Ma la vista da lassù te la ricordi con piacere, adesso che il sapore del Travelgum è andato via. Ma ce ne vuole, a toglierlo. È un misto di amarognolo e menta con dolcificante, e tu mangi fragole con panna fresca, ma non va via. Devi aspettare un po’, provare a fregare il tempo e lavarti molto i denti. E ad un certo punto sbatti la lingua sul palato e ti accorgi che la liquirizia al mughetto ha vinto.
 Quando la splendida unenne deve arrendersi al fatto che non può proprio portarsi via quella palla di Hello Kitty che si è abbracciata per tutto il tempo della spesa, si esibisce nella parte di tarantolata con urlo, tra la sorpresa degli astanti. Da adulti responsabili ci è impossibile roteare tra gli scaffali di sottoli al grido di “Heidi aiuto”, o comprare un pacco di Camel Light da dieci, vanificando la fatica di anni. Me personally, trovo una nuova ossessione su cui concentrare l’ego, ma non credo sia la soluzione più intelligente. Per consigli e suggerimenti, si prega di compilare e imbucare. Arrivederci e grazie.

p.s. nel caso in cui servissero modelli di delirio da mancata possessione, consiglio vivamente una overdose di Californication (la serie tv, non la canzone, per carità), se si è poveri da guardare in streaminghttp://www.sidereel.com/Californication