lunedì 22 agosto 2011

io ti amo tu mi ami?

Qualche sera fa bevevo del vino con un’ amica e guardavo l’inverno d’estate passarmi davanti (il lato positivo è che puoi raccontarti che le calorie del formaggio francese torneranno utili mentre sfidi il temporale per salire sul metrò). Tra un’oliva e un “dovrei perdere ancora otto chili” abbiamo iniziato a parlare di rapporti e d’ amore. Ci sono più tipi di amore che di lip gloss, mi pare. Che non è un’ idea particolarmente rivoluzionaria, e credo sia per questo patrimonio dell’umanità, tipo i trulli di Alberobello.
C’è chi ti ama perché vuole essere amato, e si aspetta una dichiarazione tutte le volte che regala un sorriso, un diamante se porta un gelato,  un’ovazione se indossa quello che – lui pensa – tu gli hai regalato.
C’è chi ti ama da lontano, ti lascia libero di andare perché sa che avrai voglia di tornare, che non ti fa vedere che è triste perché i gatti non piangono, checché ne dica mia sorella.
C’è chi ti ama perché sei un’opera d’arte, una musa ispiratrice, una dea una sfinge una stella, fino a quando all’improvviso diventi scontata, limitante e opaca, e finisci nel cassetto c’eravamo tanto amati, da tirare fuori in caso di eclissi totale.
C’è chi non riesce a non essere geloso, e si strugge nel vederti troppo bella, troppo buona o troppo brava; “è il troppo amore” dice, ma in realtà è banalissimo egoismo.
C’è chi ti ama e basta, o almeno così dice, e non ha nessuna intenzione di cambiarti perché hai senso come sei, anche se non capisce perché ti addormenti con un pigiama di flanella ed esci ricoperta solo di pizzo.
C’è chi ti ama ma ti amerebbe di più se fossi diversa, essenzialmente tu ma se fossi un’altra meglio, per parafrasare quella bella canzone di Rino, che tutti abbiamo cantato in macchina urlando di dolore almeno una volta, forse anche due.
C’è chi ti ama perché ti prendi cura di lui, e a volte vorresti provare ad invertire i ruoli, ma hai paura di vedere come sarebbe.
C’è chi ti ama anche se vuoi delle cose diverse, e non si capisce se devi fare finta di non volerle per giocare la carta della psicologia inversa, o se proprio devi smettere di volerle e basta, ma la sera ti addormenti col sorriso come Lovely Sara quando era contenta, e hai molta fiducia nel futuro, o forse te la racconti.
C'è chi ti ama solo perchè non può averti, e nel momento in cui capisce che potrebbe decide che in realtà non sa cosa vuole, ma è prrrrretty sure che non vuole te.
C’è chi ama te e le altre non ci sono, però intanto ci sono lo stesso, e tu investi nel miglior illuminante rassodante antirughe antifatica per il contorno occhi, ma non funziona gran ché.
C'è anche chi ti ama perchè sei un frammento de La Donna, unica e infinita, che se leggi tra le righe vuol dire che amerà tutte quelle che gli capiteranno a tiro, ma per fortuna questa tipologia è abbastanza rara.
Se tutti questi modi di amare – e di non amare – trovassero la loro controparte sarebbe meraviglioso, pensavo, mentre stava per smettere di piovere, o almeno così mi sembrava mentre finivo il quarto bicchiere.
Il fidanzato dice che amare davvero è la cosa più difficile che dobbiamo fare nella vita, perché è una prova estrema di altruismo. Per esempio, il fatto che la cornice fucsia che ho comprato non sia finita nel bidone ma troneggi nel mio angolo da Alice in Wonderland wannabe, mentre la cartina di Bruxelles che mi aveva appeso al muro per cercare di arginare il “quando stiamo andando su questa tera” che mi contraddistingue sia spiegazzata e offerta in pasto all’offspring come tela per le sue opere prime, la dice lunga sulla salita che mi aspetta verso il paradiso dell'altruismo. Anche se devo dire che la cornice sta proprio bene, lì al suo posto, e il fucsia ha bisogno di tempo per entrare nel cuore dell’uomo. Forse il mio È  un atto d’amore, after all.
Intanto mi sono presa un bel raffreddore, a star nel freddo a pensare all’amore. Che di sicuro è un po’ paraculo.

pensando all'amore si prende il raffreddore

anche questo è amore

martedì 9 agosto 2011

Brindiamo tutti insieme con un altro po' di tè

Ah, che bello aprire i pacchetti che arrivano a casa! È come se fosse un non compleanno, per me, dove il “non” sta per “senza la faccia di chi il pacchetto l’ha fatto che ti scruta per capire se questo giro è riuscito a compiacerti”. Lovely.
Dunque, il pacchetto di cui sopra era azzeccatissimo, zeppo di pennelli e trucchi e pure una confezione di ciglia finte, perché non ho trovato nemmeno un motivo per non metterle nel carrello.
Il mittente è e.l.f., che sta per eyes lips face cosmetics, e che è una compagnia americana con base a New York, o almeno questo è quello che c’è scritto sul pacchetto.
La prima cosa da dire è che quasi tutto quello che ho comprato (e moltissimo di ciò che si trova sul sito) costa un euro, che di questi tempi è come dare in mano alle folli folle di shopaholic le chiavi di un outlet. 
Avevo già provato in passato una crema per il corpo, un blush e un ombretto in crema, ma questa volta ho deciso di esagerare, perché a me sta cosa del tanto costa poco così posso spendere il triplo mi frega sempre. Vero è che con sedici pacchettini da aprire bevendo allegramente il tè con un virtuale cappellaio sono arrivata alla stessa cifra che avrei speso per un correttore di By Terry, e la cosa mi ha alleggerito la coscienza.
“E la qualità, e la qualità”, grida l'insolente pubblico parlante del talk show nella mia testa (incredibile cosa può fare una decina d’anni con la De Filippi principessina del palinsesto televisivo). Dunque, la qualità si diceva: non è male. I blush in polvere sono molto leggeri, quindi adatti a tutte le ragazze delle porte accanto e a chi ha una mano un po’ troppo spavalda. E ne è pieno il mondo, di entrambe le categorie. Il blush in crema mi piace moltissimo, il colore è naturale e delicato, e non sparisce al primo bacio della figlia. E poi diciamocelo, trovare un blush in crema che soddisfi guance e portafoglio è più complicato di quanto si pensi. Gli ombretti e il primer mi sembrano carini, ma ancora non li ho usati abbastanza per sbattere il martelletto e togliere la seduta. Ovviamente mi aspetto che, con le palpebre piene di una polvere che si chiama socialite, mi si spalanchino le porte di Bergdorf Goodman.
Last but not least, pennelli: vari ed eventuali, dal ventaglio allo stipple, passando per lo smudge, il blending e l’eye crease, credo che io e l’offspring ci divertiremo parecchio.
Se siete sedute a mangiare biscotti e non sapete cosa regalarvi per il non compleanno, evitate l’effetto fisarmonica, che restare incastrati (in una casa o in un paio di jeans) non è mai bello, e date un’occhiata a trucchi e pennelli, che magari qualche idea la trovate. E ditelo anche al bianconiglio, che con l’ansia che si porta dietro deve avere delle occhiaie da ridere.

http://www.eyeslipsface.com/ per chi è all'estero, o http://www.eyeslipsface.it dall'Italia

kabuki, bronzing, small smudge, total face, concealer, total face, blending eye, eye crease, fan, small smudge, stipple, eye shadow, brow comb

cream blush: tease
powder blush: mellow mauve e candid coral 

cream eyeshadow: dawn
mineral eyeshadow: elegant e socialite

eyeshadow primer: sheer

crema per il corpo: burro di karité

contouring blush & bronzing powder: blushed/bronzed

venerdì 5 agosto 2011

Winona Forever

All’inizio c’era Winona Ryder. Che era tutto quello che volevamo essere, noi adolescenti degli anni novanta. Lasciamo stare le tutine a quadretti con frappa che impazzavano tra le Emanuele e le Ambre; era davvero plausibile strapparsi i capelli per una che siccome aveva comprato un gatto bianco si domandava se mancava ad un improbabile lui? Seriously?
A noi piaceva lei, che era minuta e fragile e sapeva far restare la cenere su tutta la lunghezza della sigaretta, arte che ho sempre trovato ineguagliabile. Lei che era finita su uno dei bicipiti più desiderati del mondo senza battere ciglio, e che aveva una biografia che ogni grunge avrebbe desiderato.
Io sogno ancora quel suo abito color crema indossato al primo appuntamento con Ben Stiller, checchè ne dicesse Ethan Hawke. E vuoi mettere avere Cher come mamma, e dare una forma alla migliore delle sorelle March, e poter dire “si, sono io la tassista in Night on Earth”?
E via allora, tutte nell’angolo a fare finta di essere irresistibilmente timide e impacciate. Col risultato che i grandi numeri aspettavano ore in quello stesso angolo da sole, facendo finta di starci molto bene, fino a quando la noia vinceva e ci si arrendeva alla triste realtà: girls interrupted si nasce, non si diventa. O magari si, ma con molta moltissima dedizione.
Personalmente ci avevo messo del mio, tre contropermanenti e molte prove della frase i guess i am not that good with compliments, ma di tutto ciò rimane solo qualche foto imbarazzante per niente somigliante alla mia eroina dell’epoca. Mia madre dice che la natura ha occhio, quando fa le cose, e che non bisognerebbe star a fare troppe modifiche. Dice anche che bisogna diventare adulti per capire che i jeans rigidi ingoffano terribilmente, insieme a molte altre perle.
All’inizio c’era Winona Ryder e forse c’è ancora, in qualche armadio, sulla t-shirt che la voleva libera. Non dite che l’avete buttata via, ve ne prego.
Mi guardo in giro in cerca di una moderna icona che la eguagli, ma non trovo nessuno con la stessa delicatezza. Forse non guardo bene? Dite la vostra che ho detto la mia.


domenica 31 luglio 2011

RSVP

Qua lo shopping urge, il conto piange e il tempo stringe. Ci vorrebbe una rima anche per “ma non doveva essere estate qui pare fine novembre”, ma al momento mi sfugge.
È quel meraviglioso periodo dell’anno in cui i sogni, che la notte ti sembran veri e tutto ti parla d’amor, di giorno possono prendere forma. Non assicuro niente sui i topolini in grado di cucire principesche frappe su stracci da servetta, ma se anche voi sognate di soffiare l’ultimo abitino della perfetta taglia all’agguerrita fanciulla al vostro fianco, è ora di affilare le unghie. O per lo meno dare una passata o due di Particulière (Chanel, need i say more?), che fa così chic quando spunta, stremato ma impeccabile, dai cesti al 70%.
Come oltrepassare quel the day after feeling, senza farsi travolgere dall’ansia da ora o mai più, che spesso riempie l’armadio ma non l’anima? Che poi, quando si riaprono le ante con un certo distacco, si ha la sensazione di avere alla festa qualche imbucato che stona con il dress code, e chissà chi lo ha fatto entrare. Ora, per avere dei bodyguard che la guardia non la abbassano mai, c’è un semplice trucchetto che usa anche Olivia Palermo: comprare solo cose che andranno bene anche nelle stagioni a venire, un po’ come le mamme. Con i dovuti colpi di testa, ovviamente, che la fa facile l’Olivia di beige vestita, ma sono sicura che quando è seduta dietro ad Anna dello Russo alla settimana della moda londinese vorrebbe avere lo stesso cappello a ciliegia. Che a suo modo è un evergreen.
Tornando ai saldi e al comprare intelligente: in pole position decisamente il famosissimo boyfriend blazer, che piace alla gente che piace e soprattutto sta bene a tutte. Da tenere chiuso o sbottonato, con le maniche attentamente arrotolate  o tirate su un po’ alla buona, è una vera social butterfly che fa coppia – aperta – un po’ con tutti gli invitati della festa.
Fiori, come se piovessero: provenzali o sfacciati, dai colori tenui o tropicali, vanno quasi sempre bene se dosati con gusto, e spesso hanno l’accesso alla zona v.i.p.
Pizzo, perché non ce ne è mai abbastanza, e se è in giro da un sacco di tempo vorrà dire che dei numeri ce li ha. Che magari non vediamo subito, ma diamogli tempo, è un bravo ragazzo.
E poi colori, preferibilmente negli accessori, perché a dire il vero questo color blocking di cui si fa un gran parlare non mi convince fino in fondo. Assolutamente riservato ad un ristretto numero di fortunate (?) è preso un po’ troppo sul serio, a mio avviso, e mi sembra un po’ una di quelle immagini da album da colorare. Ma chi può lasciare sulla porta una zeppa rossa, o una pochette royal blue? Io no.
Siano i benvenuti anche gli egocentrici cocktail rings (che secondo il sufi fidanzato sono armi camuffate, ma lui vive happily ever after con un armadio pieno di pantaloni di velluto, E BASTA, perché sono comodi. No questions asked, please. E' un fidanzato impeccabile, per il resto). Sbizzarritevi, più particolari e improponibili sono, meglio è.
Venghino siori  e siore, si divertino e spendino, che va bene che arrivare in ritardo fa figo, ma qui sono quasi finiti tutti i salatini e poi chi li manda giù, i margaritas?

Cin cin!

p.s. mio personalissimo consiglio: frugate nelle cantine di insospettabili parenti: io dai suoceri ho trovato bellissime chiavi degne di Tiffany!  Pare che fossero di un qualche antenato, che le collezionava perché c’era sempre la chiave giusta per aprire una qualunque porta. Quando si parla di plus valore, insomma.



blazer Max&Co

shorts a fiori H&M
shorts di pizzo Zara

abito H&M
collana Down the Rabbit Hole
pochette rosa vintage
pochette blu vintage
shopper rosa Les Copains
borsa verde Cavalli Freedom

collane di pietre dure, anello e pendente Gioielleria Burnazzi
lucchetto e chiavi vintage


martedì 19 luglio 2011

Dimmi che valigia fai e ti dirò chi sei

Gennaio era appena iniziato, nel lontano 2001, mascara e lacca non erano ancora personae non gratae nei bagagli a mano, e io mi preparavo a partire per l’Erasmus.
Mio padre sfoderava vassoi di caffè dolcissimo per ravvivare una stanza di galline ventenni troppo educate per sussurrare che lo avevano chiesto amaro, e che faticavano a trovare il loro stile dopo un’adolescenza sprofondata nel grunge. Provate voi ad accendere mtv e a trovarvi JLo al posto degli Stone Temple Pilots.
Valigia rigida verde acqua aperta e vuota, a parte per due irrinunciabili oggetti: un puff di pelo dalmata e delle infradito fucsia fluo (anche io ero molto persa, stylistically talking).
Gli episodi sono infiniti, e finiscono quasi tutti con qualche sbuffata della mia amica Willy che prende il mio posto davanti alla valigia e con criterio pratico e svizzero fa la cernita degli oggetti, sotto lo sguardo affranto della mia omonima amica dall’armadio più meraviglioso e strampalato che mi sia mai capitato di aprire.
A mia difesa posso dire che si tratta di una tipica reazione alla madre, che impacchetta anche i pacchetti che usa per impacchettare. Nella sua sala, per esempio, troneggia la famosa Frau, foderata perché troppo preziosa per essere macchiata. E la fodera è a sua volta ricoperta, non sia mai che si rovini, che ormai è impossibile trovare un tappezziere decente. E una volta che la Frau è a prova di pisello e principessa comunque non ci si può sedere, perché è tutta bella gonfia e magari vengono ospiti.
Tutto questo per dire che, cresciuta in una casa simile a quella dei nonni Gilmore, mi è impossibile fare dell’ordine il mio compagno di viaggio, o di vita a dire il vero. Non so se è per indole o per la fase di protesta adolescenziale mai completamente abbandonata. Come quando Lorelai finisce un pacco di Pop Tarts per capire se le piacciono per il gusto o solo perché sua madre li odia. (Io ovviamente li ho assaggiati, e giuro che sono la cosa più chimica che il mio stomaco abbia mai dovuto digerire).
E comunque, come si fa a lasciare a casa un collo di piume a cuor sereno? È ciò che ti rende riconoscibile a tutte le galline del pianeta quando sei lontana dalle tue. Di borse non ce ne sono mai abbastanza, e poi non sei credibile nella parte della groupie senza un gilet di montone. O delle zeppe.
Un magrissimo gallese una volta mi ha detto che non trovava giusto che la sua valigia dovesse pesare come quella di un obeso, quando lui aveva un sacco di chili di scarto su cui giocare. Io, che di chili di scarto non ne ho, di solito mi metto dietro un viaggiatore molto minimal. Le mie preferite sono le suore, che la cosa più pesante ce l’hanno in mano. Dopodichè piego la testa con aria di intesa verso la hostess di turno. Questo ultimo passaggio funziona meglio con gli stuart per ovvie ragioni, ma adesso ho anche il bonus adorabilefigliadagliocchiblu che se raffredda l’approccio degli stuart, intenerisce le hostess, e siamo pari.
Ovviamente la figliolina da adolescente puzzerà di naftalina per la stessa regola della reazione, godrà nell’avvolgere tutto in sacchetti sterilizzati dalla nonna e farà il cambio stagionale degli armadi, e magari mi starà anche bene. Credo comunque che quando torneranno di moda le perle del mio guardaroba le ruberà senza battere ciglio, anche se odoreranno ancora di incenso Nag Champa o Daisy di Marc Jacobs (non si può essere freak per sempre).

    
                                                bagaglio a mano, Rimini - Bruxelles 2011


                                                             Paharganj, Delhi 2006

mercoledì 13 luglio 2011

Celo, manca

Se mi chiedessero qual è la cosa più difficile per me, direi lasciare scivolare via senza colpo ferire.
Qualunque cosa.
L’ansia da possesso comincia molto prima dell’attrazione fatale per il sopravvalutato Touche Eclàt, il famoso Tiffany Blue o l’evergreen degli evergreen a doppia C.
La mia bimba, dall’alto dei suoi 82 centimetri, ha già ben chiaro che il suo stampino a castello è adorabilissimo, ma il secchiello a pois fucsia della vicina collega artista è un irrinunciabile must have.
Figuriamoci poi quando si parla di persone. La perfezione unenne, di cui sopra, è pacificamente convinta che io sia di sua proprietà, cosa che tra l’altro non mi dispiace affatto, perché assolutamente reciproca. Il neo della faccenda è che spesso questa convinzione si estende anche a persone molto più alte di lei. Chi non ha rosicato nel vedere la compagna di merende scambiarsi sguardi d’intesa con la nuova arrivata? O, di molto peggio, chi non si è seccata un bicchiere di rosso post incontro con l’ex, constatando che il proprio appeal era ufficialmente in cassa integrazione? (Trucchetto, in circostanze nefande come questa, è quello di concentrarsi sulla camminata con tacco in stato di ebrezza, per evitare di aggiungere imbarazzo a sdegno, gioiosi sentimenti che non hanno l’arte di annullarsi a vicenda).
Il sapientello di turno direbbe con aria vissuta che il punto è di non cadere nell’errore di credere di possedere. Thanks very much. Non è che io creda di possedere l’armadio di Alexa Chung, o per lo meno le sue gambe, ma lo sogno quand même. Ho l’impressione di tornare sempre a quell’ego da combattere, che non solo ti assicura che quella che stai sfoderando è una American Express Platinum, ma anche che con un’altra strisciata puoi mettere nella shopper le persone.
Una volta avevo un fidanzato che si lavava sfregandosi sugli alberi, e che diceva che nessuno possedeva nulla, in realtà. Io di sicuro non possedevo lui, come hanno dimostrato i fatti, ma credo che, albero a parte, il suo punto fosse buono. È un pezzo di strada, mi spiegava, quello che facciamo insieme. E non è il non amore che ci farà salutare, ma il fatto che le strade fanno giri strani, e ci si deve separare per ritrovarsi. O a volte non ci si ritrova più, ma in quel pezzo di strada abbiamo goduto della compagnia reciproca.
Magari la nausea dei tornanti potevi risparmiartela, penso io, se avevi allungato la strada per farla con lui, che poi al primo bivio ti aveva salutato. Ma la vista da lassù te la ricordi con piacere, adesso che il sapore del Travelgum è andato via. Ma ce ne vuole, a toglierlo. È un misto di amarognolo e menta con dolcificante, e tu mangi fragole con panna fresca, ma non va via. Devi aspettare un po’, provare a fregare il tempo e lavarti molto i denti. E ad un certo punto sbatti la lingua sul palato e ti accorgi che la liquirizia al mughetto ha vinto.
 Quando la splendida unenne deve arrendersi al fatto che non può proprio portarsi via quella palla di Hello Kitty che si è abbracciata per tutto il tempo della spesa, si esibisce nella parte di tarantolata con urlo, tra la sorpresa degli astanti. Da adulti responsabili ci è impossibile roteare tra gli scaffali di sottoli al grido di “Heidi aiuto”, o comprare un pacco di Camel Light da dieci, vanificando la fatica di anni. Me personally, trovo una nuova ossessione su cui concentrare l’ego, ma non credo sia la soluzione più intelligente. Per consigli e suggerimenti, si prega di compilare e imbucare. Arrivederci e grazie.

p.s. nel caso in cui servissero modelli di delirio da mancata possessione, consiglio vivamente una overdose di Californication (la serie tv, non la canzone, per carità), se si è poveri da guardare in streaminghttp://www.sidereel.com/Californication




venerdì 10 giugno 2011

Si fa presto a dir vestito

Questo pezzo è di qualche mese fa, scritto per il “Blog del direttore” Franca Sozzani, che Dio l’abbia in gloria, e scelto e pubblicato sul numero di Vogue di questo mese, ma in maniera molto ridotta (le 1000 battute richieste mi erano sfuggite di mano). Per fargli onore lo pubblico nella sua versione originale, anche se un po’ attempato.

“Scrivete un pezzo su quello che, secondo voi, è il senso estetico del corpo femminile”.
Ho ripetuto qualche volta questa frase per iniziare a dare una forma ai miei pensieri, mentre il mio fidanzato belga alzava un sopracciglio, cercando di capire cosa stessi facendo.
Noi due, ad esempio, siamo un classico esempio di quella confusione che si crea quando si affronta questo tema, io sicuramente più influenzata dal fuori, lui al contrario lontano anni luce da quel fuori di cui sopra.
Che poi la confusione sarebbe anche bella, in teoria. Perché la molteplicità è sempre meglio dell’omologazione. E’ qui che ci siamo fregati, credo: nello sbagliare confusione. Manca di poesia, forse, il senso estetico del corpo femminile di oggi, ridotto a poca cosa, scontato, limato da un artigiano poco esperto. E pensare che in realtà sarebbe così complesso, molto difficile da definire. Mi viene in mente la mia prozia, la prima sartina di un piccolo paese in Romagna, che mi diceva sempre che i vestiti dovevano “cadere un po’ larghi, che fa più fine”.
Ieri sono andata a fare la spesa, e ho visto un bimbo che faceva il classico errore di buttarsi tra le gambe sbagliate, perché da sotto sembrano un po’ tutte uguali, le gambe.
Poi con un niqab, che sarebbe una sorta di burqa che lascia scoperto il volto, lo sono ancora di più. La mia prozia avrebbe pensato che erano un po’ troppo larghi, quei vestiti. Mi verrebbe da fare uno di quegli annunci alla publifono, “la voce della spiaggia da oltre 50 anni” che scandisce i pomeriggi estivi riminesi, per denunciare la scomparsa di un bimbo che rispondesse al nome di giusto medio.
La mia amica Alessandra mi ha fatto leggere un libro meraviglioso, che si chiama “L’arte della gioia”, di Goliarda Sapienza. Ecco, quando ripenso all’immaginario lasciatomi da quel romanzo, ritrovo un senso estetico molto reale, di donne vere, sfaccettate e non scontate. E la protagonista si chiama Modesta, voglio dire, non ha un nome impegnativo tipo Chanel o Tiffany. Mi ha lasciato un senso di libertà, di emancipazione intelligente, di sensualità avvolgente, che avvicino alla mia idea di donna, di mamma, di amante. Perché ho un po’ l’impressione che poi quando si pensa alla donna si va per scompartimenti stagni: o va ai festini o sa fare la parmigiana, o sa tanto di cinema oppure spende troppo in scarpe.
E la cosa difficile da digerire è che spesso siamo noi donne a cascarci, a volte pure a crearli, questi scompartimenti, allargando le fila delle cagnette irose cantate da quel genio genovese. Si riduce un po’ tutto al senso più immediato, quando credo invece che il corpo femminile dovrebbe essere – anche – uno specchio dell’interiorità, per quanto banale suoni questa frase, un avvilupparsi di dentro e fuori, tipo un DNA.
Mi piace pensare ad un mondo in cui la mia bimba non dovrà passare per quello da cui sono passata io, per cercare di rientrare in misure e schemi un po’ tristi. Anche perché poi, a sedici mesi, il suo giro vita è 53 cm. Ad un passo dal mito, praticamente.